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MOGORO

MOGORO

Se dovessimo raccontare Mogoro in sole tre parole, sarebbero sicuramente: tessitura, archeologia e vino.

Mogoro, con circa 4500 abitanti è il paese più grande della Marmilla.

Una tradizione antica dove l’arte era “di casa”, quando le donne intrecciavano leste fili colorati per realizzare con le loro mani l’occorrente per la vita domestica. Non mancavano certo di estro queste artiste di trama e ordito, e quando la vita familiare lo permetteva si trasformavano in artiste/artigiane in grado di comporre meravigliosi arazzi e tappeti.

La tecnica tradizionale di tessitura mogorese degli arazzi è detta a “bagas”, con ordito e trama in cotone, lino o lanetta sarda, il tutto impreziosito con fili dorati e argentati. La tecnica prediletta per la realizzazione dei tappeti, invece, è quella a “pibiones”, che in lingua sarda significa “acini d’uva” ed è utilizzata per indicare quei piccoli anelli di filato che si notano sulla superficie del tessuto e che vanno a formare un disegno.

Figure geometriche e motivi floreali prendono vita tra le mani di queste donne.  Dietro ogni disegno un augurio o un buon auspicio, ogni elemento ha un suo significato che richiama alla femminilità, all’abbondanza, alla fertilità.

Alla fine degli anni ‘50 un gruppo di donne decise di organizzare corsi di tessitura per tramandare una tradizione che non aveva a che fare solo con la mera produzione di oggetti quotidiani, ma che avrebbe permesso di far conoscere a tutti la meravigliosa creatività delle donne mogoresi.

Nel 1978, poi, nasce la Cooperativa Artigiana “Su Trobasciu”, composta esclusivamente da donne, che continua una tradizione che fino a poco tempo fa veniva tramandata di madre in figlia.

Sul filo di una tradizione che si diffonde e si rinnova, nel 1961, nasce la prima Fiera dell’Artigianato Artistico di Mogoro, oggi una delle realtà d’eccellenza nel panorama fieristico regionale. Uno spazio espositivo e culturale che nasce per raccontare, mettere in mostra e valorizzare le eccellenze dell’artigianato artistico sardo. Più che una fiera, il racconto delle maestranze di un’Isola, in cui la narrazione della Sardegna viene fatta attraverso le storie e le creazioni dei migliori maestri artigiani.

Gli anni ‘50 del secolo scorso sono stati un periodo particolare per Mogoro. Se da un lato abbiamo un gruppo di donne che si occupa di tramandare la tradizione tessile, dall’altro vediamo sbocciare una delle realtà vitivinicole più importanti del territorio. Nel 1956, infatti, un piccolo gruppo di viticoltori, rispettosi della tradizione vitivinicola, mettono in piedi la Cantina di Mogoro.

Oggi quel piccolo gruppo di persone è diventata una grande famiglia con circa 300 soci conferitori che curano i vitigni con lo stesso amore, la stessa pazienza e la stessa passione che ha portato i suoi predecessori a scommettere sulla nascita di questa realtà.  Il risultato sono dei prodotti che vengono esportati e apprezzati a livello internazionale, come testimoniano i riconoscimenti ottenuti in 56 anni di attività.

I panorami e i profumi sono inconfondibili. Sulle colline dell’Alta Marmilla si estendono 350 ettari di vigne che da oltre mezzo secolo vengono lavorate nel rispetto della tradizione. Il risultato sono dei vini eccellenti che, negli anni, sono divenuti ambasciatori di Sardegna.

La zona di Mogoro è rinomata per la produzione di vini legati fortemente al territorio, come il Bovale e la Monica, oltre agli altri vitigni della tradizione sarda come il Nuragus, il Vermentino, il Cannonau, la Malvasia e il Moscato. Tuttavia la cantina si distingue per la valorizzazione del Semidano, uva elaborata questi esclusivamente dalla Cantina di Mogoro. Dalla lavorazione di questi grappoli nascono due vini molto apprezzati: il Puistèris e l’Anastasìa.

Testimonianze di un’era che si perde nel tempo. Passeggiando nelle campagne dell’agro mogorese antichi siti prenuragici e nuragici emergono, silenziosi padroni senza tempo del territorio.

Gli anni ‘50 sono stati un periodo di estrema fertilità culturale per il Comune di Mogoro. Proprio in questo periodo, infatti, importanti ricerche archeologiche hanno portato alla luce un insediamento nuragico di grande rilevanza. In località Puisteris, ai margini del tavolato basaltico di Perdiana e a breve distanza dal rio Mogoro, è situato uno dei più importanti villaggi neolitici della Sardegna, con resti di oltre 260 strutture capannicole di varia forma; l’insediamento dovette costituire, durante il Neolitico, un ricco centro di lavorazione dell’ossidiana del Monte Arci.

Tantissimi gli insediamenti di periodo punico e romano. Ma se dovessimo scegliere tra i siti di maggior rielevo paesaggistico e culturale non possiamo fare a meno di citare il complesso pre-protostorico di Cuccurada che domina la piana del Campidano.

Un luogo capace di togliere il fiato, testimonianza non scritta di un’epoca di cui, grazie a questi preziosi reperti, possiamo immaginare e ricostruire una storia senza tempo. Le attività di scavo, effettuate dal 1994 ad oggi, hanno evidenziato la presenza di strutture monumentali ascrivibili a diversi periodi. Una muraglia megalitica, una struttura ciclopica a pianta ellittica, riferibili all’Eneolitico evoluto (Cultura Monte Claro 2700 – 2200 a.C.) e un insediamento abitativo su cui insistono le spettacolari strutture di un originale nuraghe complesso, originatosi su un primitivo edificio a corridoio. Nell’area archeologica si segnalano inoltre rinvenimenti isolati di materiali più antichi, riferibili alla Cultura di S. Michele di Ozieri, risalenti al Neolitico Finale (3200 – 2800 a.C.).

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